1. Alimentazione come scintilla di ricordi, ansie e piaceri. Fisica ed emozioni. Basi per un approccio positivo alla vita.

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle…”. Inizia più o meno così il mio flusso di pensieri quando, specie per lavoro, mi ritrovo ad essere lontano dal mio focolare domestico per periodi più o meno lunghi. Ebbene, individuata l’emozione nostalgica ho iniziato ad interrogarmi sulle motivazioni che mi portano a tale stato d’animo. La mia mente ha preso a saltellare tra mille pensieri, dai più scontati ai meno noti. Sono partito dalla evidente lontananza dagli affetti che, normalmente significa necessità di colmare il vuoto di una separazione, istinto a ritornare da qualcuno che mi aspetta per approdare in un’altra spiaggia, quella della necessità di ritornare ai privilegi delle mie abitudini casalinghe, alle attività che generalmente conduco nei momenti liberi, alle passeggiate veloci in campagna, alla mia cucina.

Già! Quell’angolo della mia vita che amplifica la mia concentrazione e mi distrae allo stesso tempo dalla routine, che mi accoglie e mi catapulta in una dimensione in cui l’estro prende il sopravvento e i sapori, talvolta imprigionati nella mia immaginazione, diventano reali.

Proprio i sapori, gli odori, più in generale l’energia liberata da ciascun alimento origina un nuovo magico e mistico panorama nel mio viaggio consapevole.

Anche se i nostri organi sensoriali non ne rivelano traccia, una carota, un limone, un ciuffo di rucola, una cipolla rilasciano vibrazioni. L’energia a cui mi riferisco è da intendersi come un’onda con delle caratteristiche fisiche ben definite (intensità, lunghezza, frequenza, ecc.) che il nostro organismo per qualche strano fenomeno comunque percepisce. Un po’ come se attaccassimo l’elettrocardiogramma ad un frutto e nel monitor a cui è collegato vediamo l’onda che si configura; di conseguenza ad ogni alimento corrisponde un’onda diversa. Siccome in natura “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” (Lavoisier), se un alimento rilascia energia, è facile pensare che in qualche fase della propria esistenza l’abbia anche acquisita. E’ superfluo dire che l’energia prelevata dai nutrienti della pianta viene rilasciata poi dal frutto. Focalizziamoci su ulteriori due aspetti: il frutto cresce circondato da una certa quantità di sostanze e subisce trasformazioni in funzione della luce solare a cui è esposto. Lo mangereste un kiwi cresciuto a due metri da un ripetitore per segnale telefonico cellulare? Provocazioni a parte, ogni pianta, ortaggio, frutto riceve energia dalle sostanze naturali circostanti anche senza entrarne fisicamente in contatto e attua trasformazioni di crescita in funzione delle caratteristiche luminose dell’ambiente.

Una carota coltivata in Val Padana, potrebbe restituire un’energia differente da una sua omologa coltivata nel Tavoliere delle Puglie in quanto esposta ad ambienti chimicamente e fisicamente diversi; a parità di minerali presenti, sarà diversa la concentrazione degli stessi nel suolo delle due località e, a parità di tempo di esposizione ai raggi solari, gli stessi giungeranno alla pianta con caratteristiche energetiche differenti in quanto condizionati da differenti fattori ambientali (per i più curiosi mi riferisco alle conseguenze della rifrazione e diffrazione).

I raggi solari sono soggetti a giungere a noi attraverso situazioni atmosferiche diverse in funzione della località: umidità, nebbie e conseguente densità dell’aria, presenza più o meno costante di nubi, ecc. Non si cada nell’errore di giudicare quale sia la carota migliore…

Proviamo insieme ad immaginare che il legame con la nostra Terra d’Origine, sia la somma di vari aspetti: ricerca di situazioni già vissute che sono accompagnate da inequivocabili emozioni paragonabili a energia vibrante che ci smuove da una condizione precedente, legame con i ricordi di esperienze passate, necessità di un punto fermo per ripartire in qualcosa di nuovo. Quante volte ci capita di ricordarci del passato attraverso l’immagine di una pietanza, attraverso i suoi odori inconfondibili, attraverso la corposità unica che viene quasi rivissuta all’interno della nostra bocca salivante?

Nel corso della propria esistenza anche l’essere umano si trasforma, si evolve in relazione all’ambiente circostante. Ogni esperienza di vita, in funzione degli schemi mentali individuali, genera in noi secrezioni ormonali che sono causa e conseguenza allo stesso tempo di emozioni.

La nostra mente ci segnala la necessità di ritornare alle frequenze originarie, a quei raggi solari che ci hanno scaldato, a quelle vibrazioni della terra che ci hanno alimentato, alle temperature a cui siamo stati sottoposti da sempre e, non ultimo, alle esperienze culinarie e non di cui ci siamo nutriti.

Qualcuno misticamente sostiene che siamo ri-nati in una certa area geografica proprio perché nella nostra evoluzione dobbiamo misurarci con determinate caratteristiche energetiche. Prendendo con le pinze quanto appena detto, in quanto complicato da dimostrare e, in quanto non è mia intenzione trattare in quest’ambito tematiche relative all’evoluzione dell’anima, credo di poter concludere affermando che l’“ermo colle” sia quanto di più importante per la nostra esistenza tanto per chi ha necessità di ritornarci, quanto per chi non l’avverte. Entrambe le categorie però hanno la facoltà di interrogarsi e rendersi consapevoli in merito alle motivazioni che li spingono all’una o all’altra sponda. Coloro che ricercano in maniera ossessiva il passato dovrebbero evitare di crearsi aspettative illusorie in quanto la terra natia potrebbe non offrire più quello che la nostra mente si aspetta di trovare. Gli odori genuini un tempo percepiti nelle strade percorse in infanzia potrebbero non sono più presenti, i volti familiari e sorridenti degli anziani sull’uscio delle proprie abitazioni non sono più disponibili. Le aspettative sono creazioni della nostra mente e quasi mai si materializzano. Le aspettative mancate diventano fonte di demoralizzazione, di tristezza. Coloro che non avvertono il bisogno di volgere uno sguardo al passato devono sincerarsi di vivere la lontananza con estrema serenità, pensando che le sane origini lontane sono le più giuste fondamenta per l’unico presente che si ha di fronte. Tutte le esperienze, anche quelle negative, fanno di noi quello che siamo. Non potrebbe essere altrimenti. L’approccio positivo consiste nel vivere la vita senza false illusioni, rimpianti o risentimenti. Se ci illudiamo che qualcosa possa verificarsi, essa non si verifica. Se viviamo con rimpianto la nostra mente crea tristezza. Se viviamo con risentimento sviluppiamo rabbia.

La chiave del benessere è l’accettazione degli aspetti positivi di ciascuna esperienza, l’appropriarsi del bicchiere mezzo pieno. L’approccio positivo sviluppa emozioni positive e il nostro organismo rilascia ormoni che rivitalizzano le nostre giornate. A similitudine di un ortaggio cresciuto in un terreno solare e ricco di minerali, se ci nutriamo di energia positiva diventiamo noi stessi fonte di energia vitale per chi ci sta intorno. Di qui partirà un’inevitabile reazione di scambio. Nei momenti cupi che comunque ci troveremo a vivere saremo sottoposti alle buone vibrazioni dell’ambiente che ci circonda e che noi stessi avremo contribuito a creare.

La vita può essere assaporata in vari modi… a voi la scelta.

Articolo di Giovanni Raguso


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